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Ep.07 - Maria Lai

Mi chiamo Maria e sono la seconda di cinque figli. 
Da piccola ero spesso malata. Per questo i miei genitori mi mandavano a Gairo dagli zii, in campagna a trascorrere gli inverni.
In quell’isolamento un impulso carico di futuro si impadronì di me. Con i carboni cominciai a disegnare forme sulle pareti. 
Non avrei più smesso di disegnare.
Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte.
Per fortuna o per destino, nel preciso momento in cui si formava la mia personalità ho incontrato i miei due grandi maestri. 
Cambosu prima, Martini poi.

Quando incontrai il primo ero ancora una bambina, timidissima, balorda, imbranata. E leggendo poesie sono diventata disinvolta e felice. 
La scuola mi ha dato tanto.
All’inizio della guerra ero nel continente e non potevo rientrare in Sardegna così frequentai l’accademia delle Belle arti a Venezia. 
Martini è stato un maestro duro. Non voleva una donna come allieva.
Mi osteggiava, rideva di me eppure io ero molto più serena lì che nella mia terra. Fui tre anni allieva di Martini e nonostante il suo rifiuto, la sua ironia, io non fuggivo. Forse non mi feriva abbastanza da mandarmi via.

Quando sono tornata a Cagliari dopo Martini e dopo la guerra, ero un’altra persona. 
Non avevo più fiducia nella necessità dell’arte. Lo stesso Martini aveva detto “la scultura è finita, ormai è solo arte per i cimiteri”. 
Non sapevo cosa fare della mia vita. Per me si preparava una vita finalmente normale eppure ero infelice. Così mi sono ammalata.
Non ero depressa, ma mi chiedevo perché io non dovessi morire visto che avevo assistito alla morte di tante persone. 
Avevo salva la vita e non ero felice. Allora di nuovo il silenzio, il disegno, ma anche la poesia, la parola scritta, vennero in soccorso. La mia arte...
Cambosu era l’unico che credeva nella mia arte.

La morte del mio amato fratello però mi diede una scossa. Tornai alla spinta vitale verso l’arte.
Pensare che io fossi una donna d’arte era improponibile. Eppure non mi arresi. Cambosu mi diceva “se hai una direzione vai, non guardare nulla”.
Nel 1946-47, lui aveva la convinzione che essere solitari poteva diventare un privilegio. Oggi lo sappiamo che è così, ma allora solo un visionario poteva affermarlo.
Credo che ci sia chi nasce con particolare esigenza, con una particolare esigenza. 
Essere fuori dal mondo, essere fuori dalle leggi che regolano la società.
A costui qualunque affetto è proibito.
All’inizio sembra una condanna, ma quando capisci che non essere di qualcuno significa poter essere universale; è questa la felicità.

Da bambina volevo sempre fuggire e la mia famiglia mi chiedeva se non mi sentissi amata abbastanza. Ero sola e nascosta, ascoltavo il silenzio.
Mi sentivo però sempre accusata, di non amare chi mi amava. Ho sempre sentito di dover creare distanze tra chi mi ama e me.
Il vero amore era quello che mi dava mio padre, che mi spingeva a essere libera, come dovevo essere.
E proprio la libertà mi ha permesso di sperimentare, di contaminare campi, di passare dal disegno alla tessitura alla performance.
Di creare simboli potenti, come il nastro azzurro di “Legarsi alla montagna” che si ispirava ad una antica eleggenda legata alla grotta degli Antichi di Ulassai.

Un unico lunghissimo nastro cucito attorno alla comunità, che coinvolgeva le relazioni tra i suoi abitanti, l’amore e l’odio, la vicinanza e la separazione.
Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto nel rispetto delle parti, dove l’amicizia c’era invece si faceva un nodo simbolico. 
Dove c’era un legame d’amore veniva fatto un fiocco e al nastro legati anche dei pani tipici detti su pani pintau quasi a benedizione del legame.
Un atto simbolico che aveva fatto per quella comunità una magia grande né politica né religiosa, e che né politica né religione avevano mai compiuto.

La mia solitudine, il mio silenzio, erano divenuti spazi aperti per l’ascolto e l’abbraccio, per il riconoscimento e la comprensione.
Questa è l’arte, non un oggetto, né un’opera. L’arte è nel processo.

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina