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Ep.06 - Franco Basaglia

Antipsichiatria qualcuno l’ha definita.

Beh... Se la psichiatria si pone come mezzo scientifico per opprimere chi deve curare e non per salvare chi deve curare, mi trovate d’accordo con questa definizione.

Sapete, noi medici siamo dei privilegiati perché possediamo una tecnica che dovremmo insegnare a chi ne ha bisogno e non usarla invece per difendere il nostro privilegio.
La nostra condizione si divide tra sapere e potere; tanto più il sapere è vero sapere e non un servo del potere, quanto più il medico risponde ai bisogni di chi assiste. O, purtroppo,
viceversa.

Lo ricordo ancora.

Il momento in cui sono entrato nel primo ospedale psichiatrico. Dopo anni di università, di visione schematica della malattia mentale e della cura, mi sono accorto che tutto quello che mi avevano insegnato non era vero. La realtà era ben diversa dalla teoria. Il manicomio, in questa realtà, non dispensa cure, essendo strutturato alla stregua di un carcere in cui i malati sono legati, mortificati, violentati.
Uno spazio originariamente nato per renderli inoffensivi ed insieme curarli, appare in pratica come un luogo per il completo annientamento dell’individualità. Se già la malattia mentale ne costituisce una irrimediabile perdita, qui il malato ne soffre in maniera definitiva, diventando un oggetto in balìa del ritmo dell’internamento.

Noi moderni dimentichiamo come la follia, che chiamiamo malattia mentale, sia una condizione profondamente umana. Confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, la
sua parola è resa muta dal nostro linguaggio razionale, il suo messaggio stroncato dall'isolamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità. L’ansia di accreditarsi come scienza sul modello della medicina ha fatto sì che la psichiatria passasse sopra come un carro armato, sopra questa dignità, sopra la «soggettività» dei folli, ed i loro infiniti mondi e modi di esserlo. Mai nessuno uguale all’altro.
In definitiva, il problema è che una società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.

Ai miei occhi era tutto così chiaro. Lo è sempre stato, sin da giovane. Per via delle mie esperienze? Della giovinezza durante la seconda guerra mondiale o dei mesi di prigionia sotto la repubblica di Salò? Della mia ardente passione per la filosofia, la fenomenologia e l’esistenzialismo o per l’impegno politico? Per via del pensiero che pone continuamente in discussione o per la fiducia in una visione antica ed insieme utopica dell’uomo e del suo stare al mondo?

Non saprei dirlo.

Posso dire però che laddove la psichiatria e la società ponevano l’etichetta di malattia, io ho sempre visto il naturale dispiegarsi di una crisi vitale, esistenziale, sociale, familiare, che
diventa permanente e definitiva solo se il folle, che si è perso nel mondo, viene al mondo sottratto per essere rinchiuso in quel non-mondo che si chiama manicomio. Se invece viene messo in condizione di vivere delle relazioni alla pari con le figure di aiuto e non secondo una rigida gerarchia, allora egli può vivere tutto il suo essere che erompe di gran lunga oltre la sua definizione clinica. Ovvero, egli ritorna ad essere una persona.

Questo il fulcro della mia vita, non solo del mio lavoro. La vocazione è sempre totale.

Infatti, l’obiettivo non è mai stato semplicemente quello di chiudere i manicomi o riformare la psichiatria. Il mio era un sogno, il sogno di un mondo a misura d’uomo. Una visione, una utopia come oggi non ne vedete forse molte, in cui le luci e le ombre dell’animo umano potessero trovare spazio senza che l’ombra, il disagio, l’irrazionale venisse chiuso in un qualche ghetto. Nulla da dire contro le scoperte della scienza e i suoi rimedi, di cui voi siete testimoni; purché si eviti di considerare l'uomo e gli oscuri meandri della sua mente, come un semplice laboratorio in cui la scienza verifica le sue ipotesi.

Questo vorrei riverberasse dalla mia epoca fino alla vostra.

Arrivederci.

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina