Ep.05 - Elsa Schiapparelli
Più di tutto, sognavo di diventare una poetessa.
Lo ricordo ancora vividamente…
“Arethusa”: il titolo del mio unico libro edito, cui avevo lavorato con tutto il mio amore per le parole che diventano mondi.
Mi ero laureata in filosofia, per poterle maneggiare meglio.
Era il 1911 e la mia raccolta uscì per le edizioni “La Gutenberg”. Ero emozionata…
Peccato che la mia famiglia, dal buon nome, considerò inopportune quelle pagine.
Appena dopo la pubblicazione infatti, fui spedita in un convento della Svizzera tedesca.
Fu come una piccola morte per me. Non certo l’unica della mia vita.
Un paio di anni dopo fortunatamente una mia cara amica richiese il mio aiuto a Londra. Ci occupavamo di accoglienza per bambini orfani. Vidi forse per la prima volta indigenza, necessità e durezza… Forse un’altra faccia della poesia?
Quello che so è che la vita mi ha sempre colto di sorpresa mentre ero intenta a fare altro, finendo per rapirmi svelando i suoi veri intenti…
A Londra incontrai William; fu un amore fulmineo e poco dopo ci sposammo. Eravamo insieme, alla ricerca: prima ci trasferimmo a Nizza e poi a New York.
Nel nuovo mondo nacque nostra figlia che tutti chiamavamo con affetto "la piccola Gogo". Anche questa volta i miei piani furono spazzati via dal vento del destino…
Divorziammo e poco dopo la mia piccola Gogo si ammalò di poliomielite.
Fu durissima.
Per vivere commerciavo d’arte, sfruttando le mie conoscenze e il mio gusto che non si arresero mai ai traumi dell’esistenza.
Giorno dopo giorno, quindi, conoscevo artisti, frequentavo luoghi d’arte per arrivare finalmente a quella che da lì a poco sarebbe diventata la mia casa, il mio mondo. La moda.
E allora tornai nella vecchia Europa e cominciai a disegnare modelli, a immaginare nuovi abiti. Piano piano, un punto alla volta; un punto alla volta, arrivai alla mia invenzione. Semplice eppure rivoluzionaria.
Insieme alla mia amica armena Mike, inventai e realizzammo il maglione.
Sì, il maglione.
Chanel lo faceva già, ma la mia visione era molto diversa: disegni e colori quasi quasi in rilievo ne facevano un capo totalmente originale.
Fu come una esplosione! Persino Vogue lo volle in copertina e da allora gli ordini non facevano che aumentare: tutti volevano il mio maglione e dovemmo trasferirci in un luogo più grande in rue de la Paix. Era solo l’inizio: cominciammo a mischiare tagli di alta moda con maglieria di lana, cotone e organza, creando bellezza a modo mio.
Avevo ritrovato la poesia.
Ecco perché via via negli anni, le nostre collezioni - dai titoli alle sfilate - erano pensate come pezzi d’arte, come poesia in forma di taglio, di uso di colori, di luci.
Fino ad arrivare a quel giorno.
Era un periodo in cui frequentavo i surrealisti; ero profondamente toccata dalla loro visione.
Ricordo il momento in cui l’ho visto: ero davanti a questo dipinto, di una coppia in costume. Era di Christian Bérard ed aveva una cornice enorme, di un rosa che mi incantò.
Il giorno dopo mi svegliai con la precisa sensazione di voler riprodurre quel colore nei miei capi e fu così che dopo mille esperimenti, finalmente nacque il Rosa Shocking. Ho dato al rosa la forza del rosso ed è diventato un rosa irreale!
Avevo un pensiero fisso in testa io: salvarmi dalla monotonia della vita di salotto e dall’ipocrisia borghese.
Per le mie idee d’avanguardia venivo considerata folle… eppure… avevo costruito un impero.
Poi la seconda guerra mondiale arrivò a rimettere di nuovo in discussione tutto quanto.
E tornai nel nuovo mondo. Lì c’era ad attendermi una società in piena espansione. Mi proposero persino la direzione del dipartimento di moda di New York, ma… la mia casa, la Francia distrutta dall’occupazione nazista, mi chiamava.
Feci quanto in mio potere per aiutare la mia gente, portando medicine e vitamine.
Finita la guerra tutto ricominciò ma sottotono.
Era tempo per altri Imperi, di nascere.
Altri marchi, altri stili.
Eppure il mio sarebbe rinato come fenice anni dopo.
Vorrei dire qualcosa a voi figli di questo tempo: nei periodi di crisi la moda è sempre, sempre, oltraggiosa.
