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Ep.04 - Lisetta Carmi

Ho fotografato per capire.

Cercavo la verità delle persone, la verità della vita delle persone. Poiché è l’anima che la cerca e non si ferma mai.
Ho passato la mia giovinezza davanti tasti di un pianoforte. Da sola di fronte allo strumento. Non perché amassi la solitudine, ma gli eventi, le cose grandi del mondo, mi avevano portato via dai luminosi giorni della scuola, dai miei coetanei. Ricordo come fosse ora il grande amore che avevo per il latino!
Le leggi razziali posero fine ad una infanzia felice ed iniziarono una fase sofferta della mia vita. Non persi mai una certa allegria interiore, ma ero diventata una giovane donna  profondamente seria. Quando ridevo la mia bocca andava in giù!
Mi ritrovai spesso in compagnia di adulti molto più grandi, talentosi e illuminati, la cui vicinanza mi creò non pochi complessi. 

Il pianoforte divenne la mia casa. Il mio angolo di mondo.

“Sono convinta che se sai suonare uno strumento puoi fare qualunque cosa nella vita. Perché la musica ti dà un'anima. E la fotografia fu il corpo in cui la incarnai più tardi. […] Per me la fotografia era un modo diverso di capire, di entrare nel mistero dell' umano.” 
Ricordo ancora quando mi dissero “sembri Cartier-Bresson” e fu allora che io mi dissi “se sembro Cartier-Bresson farò la fotografa!”

Avevo già fatto il mio ingresso nella società adulta come pianista, stimata e amata per la mia tecnica come per il temperamento nelle esecuzioni. Le grandi capitali, le tournée, il mio  nome insieme a quello del mio maestro in tante produzioni piene di bellezza e significato…

Fino a quel giorno.

Era il 30 giugno 1960. A Genova la Camera del Lavoro aveva indetto uno sciopero contro la convocazione in città del sesto congresso del Movimento Sociale Italiano. Erano passati solo pochi anni e già il mio paese perdeva la memoria delle assurdità del fascismo e della guerra. Non potevo non esserne parte. Non potevo non unire la mia voce alle voci in protesta. Il mio maestro cercò di fermarmi; aveva paura che io potessi ferirmi ritrovandomi coinvolta in eventuali disordini. 

«Ricordo benissimo di avergli risposto che se le mie mani erano più importanti del resto dell'umanità avrei smesso di suonare il pianoforte».

E così fu.

Sentivo chiaramente che niente sarebbe andato perso. «Ero stata amica di grandi artisti e maestri, ma sapevo che li avrei ritrovati sotto una forma diversa».
La mia “seconda vita” iniziava quasi per caso, ma non per caso, quello stesso anno con un viaggio e un acquisto. In compagnia di un amico musicologo, partimmo per registrare i canti di una comunità ebraica in Puglia. Acquistai per l’occasione una Agfa Silette e nove rullini. Volevo portare con me le immagini di quella esperienza unica.
Quelle foto causarono così tanto stupore e meraviglia da convincermi che forse il mio sguardo aveva qualcosa da raccontare…

Cominciai così a studiare la fotografia, le tecniche di sviluppo, e non smisi più. Giocavo con le immagini, giocavo con i materiali. Sin da subito ricevetti incarichi importanti, che mi guidarono verso temi e protagonisti mai fotografati prima. I camalli genovesi, i facchini, per esempio. Fu poi la volta dei travestiti dell’antico ghetto ebraico di Genova. 

Fu un lavoro di profonda immersione in quella parte di mondo vicina al quotidiano ma così particolare. Divenni di casa tra le parti di via del campo, amica di persone e anime uniche che il mondo ‘fuori’ bollava come 'emarginati’. Sei anni che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo e l’oggetto della mia fotografia, che oggetto non è mai. Centinaia di scatti in bianco e nero avevano un unico filo conduttore: la vicinanza tra chi fotografa e chi viene fotografato. Ecco questa rimarrà per sempre la mia cifra stilistica.

Naturalmente il lavoro sui travestiti venne ostacolato in tutti i modi. E se oggi potete ancora fruirne è grazie a chi salvò quel migliaio di copie tenendole in casa come reliquie!

Il novecento e i suoi protagonisti si sono avvicendati davanti alle mie lenti. Jacques Lacan, Ezra Pound. I miei scatti rubati del poeta, come quello davanti alla sua porta, raccontavano più di tutti gli articoli sul suo conto; disse Umberto Eco vedendolo.

Ero una testimone del tempo, così come quando mi recai a Firenze dopo l’alluvione o in Israele subito dopo la guerra dei sei giorni. Ero di famiglia ebraica ma la vicinanza che sentii nei campi profughi palestinesi cambiò per sempre il mio pensiero. La “terra dei due popoli” - come l’avrei chiamata per il resto della vita - era una ferita aperta nell’animo ebraico e così decisi di non tornarci più.

Dall’Europa poi mi aprì al mondo: l’America Latina, l’Afghanistan, l’India.

Proprio qui un incontro rivelò ancora una volta un nuovo cambio di prospettiva. La ricerca di senso e di sacro mi portò agli insegnamenti di Babaji e con essi tornai in Italia. Il mio cuore vagabondo si fermò e scelse un trullo come casa, come centro e ashram proprio in quella Puglia dove tutto ebbe inizio. La stessa curiosità verso l’umano e il suo mistero mi aveva ora portata ad una vita di meditazione: lo sguardo che aveva questionato il mondo, ora si volgeva dentro, a quel punto fondamentale che è l’anima.

Nel mio trullo come nel mio mondo lasciavo entrare “solo le anime bianche, le anime limpide. Con quelle scure non c’è niente da fare.”

“Sono lì, si vedono, sono attorno alle persone”. 

Le avevo sempre viste, le anime: fin da bambina.

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina