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Ep.03 - Italo Calvino

«Io sono ancora di quelli che credono che di un autore contano solo le opere. Quando contano, naturalmente. Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Chiedetemi pure quello che volete sapere e ve lo dirò. Ma non dirò mai la verità, di questo potete stare sicuri!»

Della mia nascita d'oltremare conservo solo un complicato dato anagrafico che nelle brevi note bio-bibliografiche sostituisco con quello più "vero": nato a Sanremo, con il nome di battesimo che mia madre, prevedendo di farmi crescere in terra straniera, volle darmi perché non scordassi la patria degli avi, e che invece in patria suonava bellicosamente nazionalista.

Sono cresciuto in una cittadina che era piuttosto diversa dal resto dell'Italia, ai tempi in cui ero bambino: Sanremo, a quel tempo ancora popolata di vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. E la mia famiglia era piuttosto insolita sia per Sanremo sia per l'Italia d'allora: scienziati, adoratori della natura, liberi pensatori. Mio padre, di famiglia mazziniana repubblicana anticlericalemassonica, era stato in gioventù anarchicokropotkiniano e poi socialista [...] mia madre [...] di famiglia laica, era cresciuta nella religione del dovere civile e della scienza, socialista interventista nel '15 ma con una tenace fede pacifista"

Non credo che crescere in una famiglia con così insoliti valori rispetto ai più poi mi abbia nuociuto: ci si abitua ad avere ostinazioni nelle proprie abitudini, a trovarsi isolati per motivi giusti, a sopportare il disagio che ne deriva, a trovare la linea giusta per mantenere posizioni che non sono condivise dai più. Ma soprattutto sono cresciuto tollerante verso le opinioni altrui, particolarmente nel campo religioso [...]. E nello stesso tempo sono rimasto completamente privo di quel gusto dell'anticlericalismo così frequente in chi è cresciuto in mezzo ai preti.

Ci sono stati anni in cui andavo al cinema quasi tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra diciamo il Trentasei e la guerra, l'epoca insomma della mia adolescenza.

Fino a quando non scoppiò la seconda guerra mondiale, il mondo mi appariva un arco di diverse gradazioni di moralità e di costume, non contrapposte ma messe l'una a fianco dell'altra [...]. Un quadro come questo non imponeva affatto delle scelte categoriche come può sembrare ora.... L'estate in cui cominciavo a prender gusto alla giovinezza, alla società, alle ragazze, ai libri, era il 1938: finì con Chamberlain e Hitler e Mussolini a Monaco. La "belle
époque" della Riviera era finita...

La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una "tabula rasa" e perciò mi ero definito anarchico [...]. Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l'azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata"

La mia vita negli anni della resistenza è stato un susseguirsi di peripezie [...] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull'orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più.

Finita la guerra, non ero più lo stesso. Ancora di più, dopo l’arrivo dell’amore. Nato come una protesta di individualista (e quindi d'altera solitudine), una protesta contro tutto un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia; era un atto di coraggio alla felicità. Lei un'eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero.
Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore.
E ho vinto, sotto le sue frustate...Elsa!

Poi fu la strada lastricata di storie, pagine. Da giovane amavo scrivere nelle stanze d’albergo, ché il mondo era ancora assediante e vivo. Poi, con la maturità mia e il cambiamento nel mondo stesso, ho preferito un posto mio in cui dare vita ai miei personaggi. La mia casa a Parigi, per esempio, nel cuore della città seppur isolata. Perché Parigi? Perché l’ho sempre vista come una gigantesca opera di consultazione, una specie di enciclopedia.

Non ho altro da aggiungere oltre tutto il caleidoscopio umano ritratto nei miei scritti, nei tratti dei personaggi cui ho dato vita o che ho forse solo fotografato...
L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.
Però un nulla popolato di visioni vive e profetiche anche.
Proprio con la penna sull’ultima pagina delle mie sei proposte per il prossimo millennio, ormai pronte, tutto si è fatto luce. Era l’autunno del 1985, il futuro era già atteso ed io ne avevo visto alcune fattezze; per questo il mio viaggio in America sarebbe stato l’occasione di parlarne. Ma io taccio, mentre le mie parole scritte vi parlano ancora....

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina