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Ep.01 - Adriano Olivetti

Il rapporto tra l’uomo e la macchina. 
Questo per molti anni è stato il mio cruccio.
Ho intuito la sua complessità già nei miei primi rapporti con la fabbrica, a 13 anni, quando mio padre mi mandò a lavorare. Ero dall’altra parte, proprio lì dove la macchina detta i suoi ritmi, e proprio grazie a ciò ho potuto capire.

Non esiste una ricetta per risolvere questo epocale conflitto, ma si possono compiere delle azioni di avvicinamento tra i due termini. Non solo dell’uomo alla macchina o alla fabbrica, ma di queste alla modalità umana. Sì, perché «la fabbrica non può guardare solo all'indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l'uomo, non l'uomo per la fabbrica».

Per questo io l’ho vista come una forma di comunità, in cui non solo lavorare ma intessere relazioni. Sì, perché in questo spazio condiviso non ci sono solo figure come tecnici e operai, ma anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti: la comunità vive e si arricchisce grazie alla creatività e alla sensibilità. Alla bellezza!

Avevo un sogno. Un sogno così forte da farsi reale. Avevo visto la possibilità di creare un equilibrio tra le due grandi forze in opposizione in quegli anni. Ero convinto che pace sociale e ricchezza potessero allearsi, potessero anche migliorare la società intera e non rimanere privilegio dei pochi.
Tra capitalismo e socialismo io vedevo la costruzione di un mondo nuovo, giusto, umanistico. Questa la mia visione.

Sono un figlio del Novecento e di un uomo instancabile e curioso, Camillo, che andò persino in America per vedere da vicino quel progresso che ci ha uniti in una visione comune. Allo stesso modo, anche io ho viaggiato in quello che sembrava essere il paese del futuro, prima della mia successione alla guida dell’azienda.

La macchina da scrivere era solo l’inizio, per me. Ero attratto dalle arti e dai saperi.
Il mio sguardo si allargava all’urbanistica, alla politica, alla psicologia e alla sociologia. Il mondo era appena ricominciato dopo la guerra, con tutte le sue promesse.

Ecco, per me il progresso doveva essere un’impresa dell’anima prima di tutto. Per questa ragione vedevo nell’idea di comunità e non in quella di società, il fondamento dello stato.

Uno stato che ha a cuore la qualità della vita dei suoi cittadini, la realizzazione dei loro talenti, la buona salute delle relazioni che ne costituiscono il tessuto sociale.
L’ho chiamato “il nuovo mondo” e non è rimasto solo un sogno! Nel 1958 ben 118 comuni del Canavese erano alle prese con la creazione di 72 centri di comunità: una rete di attività il cui cuore pulsante era la biblioteca intesa come luogo di cultura e di incontro, di arte, formazione e collaborazione.
Il mio obiettivo era portare questo approccio ad un livello nazionale.

Solo un anno prima avevamo presentato il nostro calcolatore a transistor - unico nel suo genere - alla fiera di Milano. Il progetto Elea 9003 stava crescendo senza sosta ed eravamo tutti molto felici ed orgogliosi.

A questo pensavo, guardando fuori il paesaggio, sul treno per Losanna.
Poi, come un interruttore di uno dei milioni di circuiti che ho maneggiato, all’improvviso il sistema si è spento. Tutto fu buio.

Il sogno durò ancora qualche mese.
La sua realizzazione in corso si fermò, ma la sua tensione divenne utopia.
Così il mio nome ed il mio sogno, la visione e i suoi principi, sopravvivono ed ispirano - ancora oggi - chi non si accontenta e serba in cuore l’immagine di un essere umano migliore...

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina